13/11/12

LE ABITUDINI - TRE TIPI DI MENTE

La mente non è un unicum, ma una serie di istanze differenti…La base di fondo che determina le abitudini e i conseguenti attaccamenti, è che la mente lavora per ottenere il massimo rendimento con il minimo sforzo. La parte della mente che ci crea così tanti problemi è quella parte che è fortemente legata al corpo e che obbedisce al comando di sopravvivere. Le abitudini, le paure, le rabbie, le angosce sono tutte “reazioni” della mente legata all’idea della sopravvivenza. Vale per la paura dell’abbandono, per la rabbia di fronte ad una minaccia, per l’angoscia di fronte ad un pericolo come una malattia grave, una perdita di lavoro ecc. Le abitudini sono manifestazione della sicurezza, sono procedure consolidate che danno sempre un vantaggio psicologico, sono codifiche della mente che danno tranquillità. Le abitudini sono sempre tranquillizzanti. Diverso è il caso dell’io. Qui c’è in gioco una “mente” molto diversa e al contempo più evoluta…ma molto, molto intessuta e collegata con la prima. L’io è sede della volitività, dell’energia ed entra in contrasto con la mente del livello corporeo. Desidera la libertà e l’immortalità, ma anche servirsi dei piaceri del corpo. Vuole vivere e mettere sotto controllo la mente della paura. E’ quella che Aurobindo chiamava “il vitale”. Questo tipo di mente non è abitudinaria, ma anzi innovativa e coraggiosa, ma al contempo è anche presuntuosa e crede di conoscersi molto di più di quanto non si conosca davvero. E’ conscia di esser-ci e vuole essere al “centro” della persona, essere protagonista. Questa consapevolezza di sé è carica di desiderio di affermazione….vuole espandersi, esprimersi, avere potere. E’ l’Ego. Il suo rendersi conto di esser-ci, comporta che entri spesso in competizione con gli altri per “affermarsi”. Percepisce la realizzazione con l’acquisire dall’esterno…usa molto “l’avere”, invece dell’essere. Questo tipo di mente usa molto la logica raziocinante per “muoversi” e se quindi una cosa ad esempio, la vuole, non pensa che può rinunciare a volerla ma pensa che occorra “prenderla”. Questa mente operando su logiche prevalentemente di potere, tende ad incorporare le logiche del corpo e a tenerne conto e quindi usa le paure, i vincoli della vita materiale a suo vantaggio…ciò si traduce nell’usare tutte le opportunità che si presentano per ottenere i risultati desiderati. Essa è fortemente incarnata in questa vita, ne sposa le regole. C’è poi la mente che riconosce che lo stato delle cose nella realtà sono diverse da come appaiono e che sia la mente del corpo che l’ego agiscono all’interno di regole che sono limitanti e che il seguire queste regole non porta alla libertà ma a situazioni solo di provvisorio sollievo. Quando questa mente comincia ad agire, essa si mette a combattere gli schemi delle altre due e di norma opera “controcorrrente” . Lotta contro le abitudini, contro le paure della mente inferiore, contro i miraggi e le presunzioni dell’ego, e cerca lo sganciamento da queste logiche. Questa è di fondo l’anatomia dei tre tipi di mente che però sono indissolubilmente intessute l’una nell’altra. Per cui è arduo riconoscere passo passo, quali delle tre stia operando. Quando la terza mente, la mente filosofica, riesce a mettere sotto dominio le altre due, deve poi procedere alla sua autoeliminazione per entrare nella libertà incondizionata, il Nirvana, il Regno dei Cieli.

LE RICCHEZZE INTERIORI

Vangelo di Luca 18:18 -25 Uno dei capi lo interrogò, dicendo: «Maestro buono, che devo fare per ereditare la vita eterna?» Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. Tu conosci i comandamenti: Non commettere adulterio; non uccidere; non rubare; non dir falsa testimonianza; onora tuo padre e tua madre». Ed egli rispose: «Tutte queste cose io le ho osservate fin dalla mia gioventù». Gesù, udito questo, gli disse: «Una cosa ti manca ancora: vendi tutto quello che hai, e distribuiscilo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, udite queste cose, ne fu afflitto, perché era molto ricco. Gesù, vedendolo così triste, disse: «Quanto è difficile, per quelli che hanno delle ricchezze, entrare nel regno di Dio! Perché è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». COMMENTO: Questo brano del Vangelo sembra essere un atto di accusa verso la ricchezza, ma non è esatto. L’uomo che interroga Gesù è sinceramente interessato alla “vita eterna” ed infatti è un fedele israelita che segue i comandamenti mosaici e ha la convinzione di essere a buon punto secondo la logica e la prassi che la comunità ebraica chiedeva ai suoi membri. La totale aderenza ai comandamenti sembra esser per lui un buon viatico per ottenere credito verso il Signore. Inoltre riconosce in Gesù un maestro autorevole, al punto che chiede a lui cosa debba fare per essere degno di meritarsi il “premio”. Gesù gli dice, facendo anche trasparire una certa approvazione verso l’uomo, che gli manca una sola cosa per essere perfetto. Liberarsi della sua ricchezza, darla ai poveri e, si noti, poi seguirlo. Questa richiesta lascia impietrito l’uomo facoltoso. Non pensava che questo potesse essergli richiesto. Secondo la visione ebraica, la ricchezza era segno della benevolenza di Dio e quindi meritata. Una ricompensa per il rispetto della legge…un anticipo di premio di vita eterna. Si noti che l’uomo rimane afflitto e non adirato. Sembra quasi comprenda che c’é qualcosa che gli impedisce un progresso spirituale ulteriore. Gesù osserva con dolore, quasi con empatia, la tristezza dell’uomo e sottolinea ai presenti la difficoltà di liberarsi delle ricchezze. Ma le ricchezze non sono solo e tanto le ricchezze materiali, sono soprattutto le ricchezze mentali, le cose che nella nostra mente riteniamo troppo importanti per lasciarle andare, le cose che vogliamo tenerci strette. Sono le nostre paure e le nostre bramosie. Le nostre fissazioni e convinzioni, sono tutte le cose “di cui non possiamo fare a meno”. La ricchezza qui è vista come negatività, perché è ciò di cui lo spirito non ha bisogno davvero per esser felice, ma anzi ne rappresenta l’ostacolo. Così come le ricchezze sono puntelli alla paura del futuro, le nostre convinzioni sono puntelli alla paura della perdita di controllo, dell’abbandono alla fiducia e alla fede. Ci teniamo strette le nostre ricchezze materiali e psicologiche perché non crediamo che ce la faremmo senza. E quindi ne siamo schiavi. Eccheggia molto chiaramente in questo brano l’argomento principe della speculazione buddista. La condanna del desiderio e della schiavitù che questo porta allo spirito. Fino a quando l’attaccamento alle cose e ai concetti permane nella mente, è più facile che la testa di un cammello passi per……l’impassabile, piuttosto che una mente ricca di attaccamenti raggiunga il Nirvana, il Regno dei Cieli e la Vita Eterna.

SOGNO E DESIDERIO

Il sogno è un'aspirazione ed è verso l'esterno, è centrifugo. Il desiderio, invece, è verso l'interno, è centripeto. Il sogno è creativo, da' al mondo e non provoca sofferenza se non è realizzato. Il desiderio non dà nulla agli altri ma vuole solo per sè... è fame, e dà dolore se non realizzato. Il sogno è progetto, il desiderio è mancanza. Chi sogna è felice di fare, indipendentemente dal risultato, chi desidera è infelice fino a quando non ha il risultato. Il sogno dà. Il desiderio prende. Il sogno della pace, ad esempio, come tutti i sogni ha la caratteristica del progetto e della donazione e parte già dalla conoscenza che la cosa non c'è, altrimenti non la si sognerebbe, ma diversamente dal desiderio non crea "sete" di averla, senza la quale non c'è pace interiore...anzi chi sogna la pace spesso ha già raggiunto la sua pace dentro di sè. Non è quindi un "bisogno", ma un'aspirazione...si apre verso l'esterno e la felicità di chi sogna non dipende dalla sua realizzazione. Diversamente invece è “volere” la pace, desiderarla ad ogni costo, arrivando anche ad imporla...in questo caso può essere sì un desiderio da soddisfare con ogni mezzo, magari con le atomiche. Ciò che fa la differenza è sempre la natura obbligatoria o meno del sentimento. Ma riconosco che il confine è sottile e facilmente attraversabile....quando una grande aspirazione diventa desiderio, pulsione, necessità assoluta, si passa quella linea sottile che distingue lo zelo, dall'eccesso di zelo, la passione dall'ossessione. La parola "volere" introduce desiderio...e questo di per sé provoca una caduta di felicità, perchè si sostituisce la leggerezza della gioia con la pesantezza della volontà

24/10/12

GERUNDIZZIAMOCI

Fino a quando penseremo a noi stessi come “io sono”, avremo sempre problemi. Già, perché l’io sono implica farsi la fotografia…io sono fatto così, io sono una persona impulsiva, io sono razionale, io sono collerico, io sono pacifico, io sono passionale, io sono un italiano, un tedesco, un milanese, un napoletano, un siciliano, un romano…..un ricco, un povero….. Definirsi vuol dire ingabbiarsi, inscatolarsi, auto confinarsi, anche quando le cose che pensiamo sono positive. Ciò di cui ci convinciamo ci irrigidisce. Invece trovo più accorto, intelligente e saggio, fare un’altra cosa: gerundizzarsi. Sì gerundizzarsi. Sto diventando, sto cambiando, sto crescendo, sto mutando, sto evolvendo, sto sbagliando, sto peggiorando, sto smettendo di peggiorare. Mantenere un’ottica di movimento sul proprio sé aiuta a percepirsi mobile, flessibile, cangiante. Meglio ancora se imparassimo a pensare in termini dissociati……le mie emozioni stanno cambiando, le mie reazioni stanno cambiando, le mie preferenze stanno cambiando. La mia mente sta mutando, le mie priorità stanno cambiando…..Siamo nati per muoverci, non siamo sassi. Se un bruco pensasse di rimanere bruco, di “essere” bruco, non diventerebbe mai farfalla.

23/10/12

IL PERDONO OLTREPASSA I NOSTRI CONCETTI DI BENE E MALE

Il perdono oltrepassa i nostri concetti di bene e male. Ecco perchè è difficile perdonare. Si tratta di fare pace con qualcuno che riteniamo abbia torto. Se ci chiede perdono, allora è più facile, perchè ci ha dato ragione, ma se non lo fa...se rimane nella sua idea e nel suo comportamento...allora è più difficile. Se vuoi fare pace con lui/lei, te lo devi accettare così com'è: sbagliato (dal tuo punto di vista). Ma se riesci a farlo…il primo che torna in pace sei proprio tu.

20/09/12

L'ACCETTAZIONE

Accetta, elimina il rifiuto..e basta. Accettazione è un termine ambiguo, può essere assimilato semanticamente come "rassegnazione" che infatti non è accettazione ma resa....Cancellare la contrapposizione. Questo è il segreto.

ESISTONO I PECCATI?

State attenti a quando vi dicono che i peccati non esistono. Non fatevi ingannare dal linguaggio. Peccato vuol dire mancanza di perfezione e non è un atto ma uno stato dell'animo, da cui conseguono gli atti. Gesù disse che se anche guardaste vostra moglie con concupiscenza, commettereste adulterio con lei nel vostro cuore. Come si vede non ce n'è per nessuno;chi si salverà? Dice il Vangelo con Pietro. Ma il punto vero è che l'insegnamento spirituale non è una cosa che a che fare con i cieli azzurri e gli angeli, ma con la distruzione dell'Ego. Se ci facciamo spaventare da una parola come peccato, o da qualsiasi altra parola, significa che abbiamo dentro di noi la pretesa di perfezione,vogliamo sentirci "a posto" "giusti", è la stessa cosa di quando vogliamo essere i migliori, i più bravi , i più famosi.....sempre Ego a manetta, accettiamo invece l'idea della nostra imperfezione,della nostra mediocrità,questo è l'insegnamento del Vangelo e del Buddha e di tutti i "veri" maestri. Accettiamola....non siamo Dio, accettiamola e allora sì avremo qualche chance di evolverci.

18/09/12

IL BISOGNO DI RICEVERE APPROVAZIONE

Il bisogno impellente e costante di ricevere approvazione o di esser al centro dell'attenzione, risiede nelle influenze subite nei primi anni di vita, ma non solo, anche nell'esagerata importanza che si da' alle opinioni altrui...è ovviamente una Carica Mentale Subconscia (CMS ) che ripete ossessivamente: "ditemi che sono bravo, che sono intelligente, che sono simpatico ecc" o concetti simili...Tali Cariche Mentali Subconscie si formano e si radicano ancor di più nelle persone che hanno avuto pochi riconoscimenti del loro valore in età infantile, quando le difese e le capacità di elaborare concetti e comportamenti è ovviamente minima. Nel bambino la mancanza di affetto e riconoscimento si traduce in senso di pericolo, di isolamento, che significa anche, traslatamente, pericolo di morte. Purtroppo queste paure che prendono forma di pensieri-frasi, si radicano nel subconscio e cominciano a fare i loro danni...che vengono poi compensate dai comportamenti tesi a ridurre il senso di pericolo ed isolamento. https://www.facebook.com/groups/dse.tecnica/

I NOSTRI PROCESSI DI PENSIERO

E' molto difficile accorgersi che i nostri processi di pensiero, sono solo espressione di una macchina che si chiama mente con la quale ci immedesimiamo. Non riusciamo a vedere che le nostre convinzioni, i nostri valori, le nostre idee, cambiano con il tempo e che nulla o quasi resta di ciò che credevamo e pensavamo anni prima. Continuiamo a pensare che il nostro "io" sia ciò che pensiamo allo stesso modo in cui ci identifichiamo con un corpo che invece cambia. Quando, per caso, ci capita di accorgerci che ciò che siamo è "l'osservatore" dei propri pensieri e che la mente è solo uno strumento, cominciamo a capire l'impermanenza della realtà e che esiste il "Permanente" "l'immutabile" E' in questo momento che si creano le condizioni, da un lato, per una vera conversione e dall'altro per una liberazione dalla schiavitù della psiche. Quando infatti la natura impermanente della mente e dei pensieri risulta chiara alla comprensione, e si radica nella certezza, si può con maggior leggerezza affrontare le paure, le angosce, le rabbie, gli scoramenti, che la mente ci propina continuamente non potendo più fare l'errore di considerarle "vere" e soprattutto "nostre".

12/09/12

PROCEDERE VERSO LA LIBERTA' SPIRITUALE

...per procedere verso la libertà spirituale bisogna fare un piccolo e faticoso passo alla volta, cercando di sfrondare mente e cuore un ramoscello per volta, limitandosi per il momento a cercare di diventare un po' meno dipendente dalle migliaia di piccole schiavitù della mente, dell'ego e del corpo, che urlano il loro attaccamento alla terra sapendo che l'asintoto tende all'infinito senza mai raggiungerlo...

IL BENE E IL MALE

Pensate di sapere cos'è il bene e cos'è il male? Sbagliate. Perchè? Forse perché penso di saperlo io e voglio illuminarvi? No. Il problema è che NON è possibile "saperlo". Perchè? Perchè quando anche pensaste di saperlo, vi ingannereste, o meglio, ci inganneremmo. Il Cristiano dirà: il Bene é Gesù Cristo nostro signore, che è morto per noi e che è Dio incarnato. Già. E allora? Cosa ne consegue? Che chi non è cristiano è nelle menzogna, è nel peccato, è posseduto da Satana? E quindi cosa facciamo verso questi "assatanati"? Li disprezziamo, li combattiamo, li mettiamo al rogo (ora non più per fortuna), li tacciamo di "laicismo" li insultiamo, li odiamo, preghiamo per loro e diciamo al nostro Dio "meno male che non siamo come loro!": io vado in chiesa tutte le domeniche, faccio la comunione, mi confesso, io sì sono un cristiano, un buon cristiano. E mi salverò dal giudizio di Dio! E dimenticano la parabola del fariseo e del peccatore in fondo alla sinagoga. E così il male che noi abbiamo così brillantemente individuato nel non-essere cristiani, si camuffa da superiorità e rientra dalla finestra dell'orgoglio religioso, pronto a riseminare divisione. Ma c'è invece il saggio Buddista che dice o pensa: ah, questi fanatici della religione che creano Dei dai cui si fanno condizionare e non vedono la natura della schiavitù della mente. Si mettono nelle mani di un Dio che non agisce che non fa nulla perché non esiste e se ne fanno completamente condizionare mentalmente, non rendendosi conto della natura impermanente della mente e dei pensieri... E così anche loro saggi e illuminati dalla conoscenza, non vedono quanto può liberare la mente l'aver davvero fede, quanto la fede sia necessaria per la liberazione della mente e si arroccano nella loro pretesa superiore conoscenza dimenticando il famoso aneddoto del Buddha che metteva in guardia il discepolo dalla conoscenza: "il contrario della conoscenza è libertà o discepolo." E così ci ostiniamo a non capire che quando riteniamo di aver ragione diventiamo orgogliosi, superbi, insensibili ed anche mentalmente ottusi. E allora dovremmo riflettere sul frutto di quell'albero della conoscenza del Bene e del Male che tanto danno ci ha portato e porta tuttora. Un frutto dolce e desiderabile al primo morso, ma amaro, urticante, indigesto nello stomaco, quando viene assimilato dalla mente vanitosa e digerito dall’ego assolutizzante.

OPINIONI – VALORI - FEDI

La religione, nelle differenti tradizioni, si è stratificata nelle coscienze e nelle subcoscienze dei popoli come strutture di opinioni, credenze, atteggiamenti, in una parola “culture” che sistematizzano, strutturano e rendono organica la concezione dell’inconoscibile. Ciò che in effetti possiamo identificare come religione per distinguerlo da tutte le altre “culture” come insieme di opinioni, credenze, atteggiamenti, convinzioni su ciò che è giusto o sbagliato è il fatto che la religione “tratta” di ciò che è inconoscibile e, al tempo stesso “al di sopra” dell’esperienza umana. Infatti, quando gli uomini costruiscono, creano, strutturano “culture” del ”al di qua”, cioè all’interno del conosciuto o almeno del conoscibile, creano discipline, a vario titolo, scientifiche o umanistiche. Parliamo qui delle scienze naturali, della fisica, della matematica, della medicina, della filosofia, della psicologia, dell’antropologia, della sociologia, della politica, dell’economia. Anche queste discipline hanno al loro interno strutturazioni di pensiero che possiamo riclassificare secondo schemi tipici delle religioni. In tutte queste discipline abbiamo: “corpus” dottrinale, ortodossia, eterodossia, valori, sacerdoti, eretici e profeti. E’ così ovviamente nella politica e nelle sue dottrine, nell’economia, nella matematica, nella fisica, nella psicologia, nella biologia ecc. Vi basti ricordare quali conflitti vi sono stati tra capitalismo e comunismo; tra teoria darwiniana e i suoi avversari, tra fisica newtoniana e relativistica; tra psicoanalisti e psicologi e tra psicoanalisti freudiani e junghiani. I conflitti quindi tra gli uomini per difendere o confutare le loro o altrui opinioni, sono caratteristica comune sia degli uomini “religiosi” che “non” religiosi. Per qualche ragione connaturata all’essenza umana, gli uomini tengono moltissimo alle loro opinioni o a quelle che ritengono essere le loro opinioni (anche se a volte non lo sono). ------------------------------------------------------------------------------------------------------- Le Fedi , I Valori, Le Opinioni: STRUTTURA PSICOLOGICA ----------------------- Cosa è un’opinione, un valore, una fede? La prima risposta che vi verrà di dare sarà in effetti un’obiezione: opinioni, valori e fedi sono cose molto diverse, vero? No, falso. L’unica differenza, sotto il profilo psicologico, del comportamento della mente intendo, è di tipo quantitativo, ma non qualitativo. Un’opinione, un valore, una fede sono la medesima cosa con intensità, potremmo dire con “carica mentale”, differente. Un’opinione è un concetto insito, inserito, nella mente che è per così dire “moderatamente condiviso” dalla persona, ma che non di meno può essere, in vista del realizzarsi di determinate condizioni, cambiato. Infatti, nel linguaggio comune si tende ad affiancare aggettivi rafforzativi quando l’opinione è fortemente radicata: si dice infatti, per esempio: “è mia ferma opinione”… implicitamente affermando che l’opinione da sola sia in una certa misura “debole”. Le opinioni nel loro significato corrente, sono punti di vista sui più diversi argomenti, che hanno la caratteristica intrinseca di essere “personali” di chi le esprime e che non hanno, agli occhi di chi le manifesta la pretesa di essere verità assolute, ma tutt’al più “verità” relative. Di norma le opinioni vengono espresse sui più svariati argomenti del consesso sociale: dalla scienza alla politica, dalla filosofia alla pedagogia, dalla economia alla storia. Diverso è invece il caso dei valori. Qui l’intensità dell’opinione è molto più forte, radicata e coinvolgente. Quando una persona parla di “valori” dei suoi valori, la disponibilità a rimetterli in discussione e rivederne le caratteristiche, è molto, molto più scarsa che nel caso delle opinioni. Quando si tratta di valori è di norma investita della questione la parte più intima della persona. Essi sono “la struttura” su cui fonda la personalità nel suo complesso; è per così dire la struttura portante di una persona, allo stesso modo in cui un palazzo ha le mura portanti per rimanere in piedi. Se anche una sola delle colonne portanti di un edificio cede, ci sono buone probabilità che l’intero palazzo crolli. Per proseguire con il parallelismo edilizio, se i valori sono le mura portanti, le opinioni rappresentano le mura interne dei singoli appartamenti, che danno “l’aspetto” in cui ci troviamo più a nostro agio, che meglio disegna e definisce i nostri gusti ed inclinazioni, ma che non di meno, possiamo anche decidere di cambiare, per avere una prospettiva nuova e diversa del nostro esistere. I valori invece sono qualcosa di più radicato, più forte. Sono, nella mente, qualcosa di costitutivo, che da’ l’identità della persona. Sono qualcosa per cui anche modificarne uno soltanto, si rischia il “crollo” della propria identità. Infatti, nel caso di un cambiamento di valori, sono richiesti dapprima ponteggi di sostegno, strutture alternative e soprattutto, la costruzione di un “nuovo pilastro”, cioè un nuovo valore, prima che ci si possa arrischiare di far crollare quello precedente. Ancora diverso e più ancora radicato è il concetto di fede. La fede, le fedi, poco conta se immanenti o trascendenti, se riguardanti l’Assoluto, Dio o qualche altro aspetto più materiale e mortale, sono “le fondamenta” della persona, sono il basamento cioè, senza il quale non esisterebbe alcuna possibilità di avere un palazzo. Senza fondamenta non ci sono “strutture portanti” né tanto meno mura divisorie, porte, finestre. Le fedi sono, per così dire, opinioni così forti da non essere nemmeno ipotizzabile pensare che possano essere cambiate. Se viene toccata la fede, vale a dire quegli aspetti della persona che la definiscono e che quindi, diversamente dai valori che invece “strutturano” la personalità, rappresentano gli elementi ESSENZIALI della persona, viene toccata, modificata, stravolta alla base, la persona stessa in quanto tale. Oggi, in piena era informatica potremmo anche dire che se le opinioni sono il software per scrivere, disegnare, ascoltare musica, e i valori sono il “sistema operativo” che fa da supporto alle opinioni, le fedi sono il firmware, senza il quale il nostro computer non potrebbe nemmeno accendersi. Usciamo dalla metafora. Quali sono le fedi? Le fedi non sono, o non sono soltanto, le radicate convinzioni sull’essenza di Dio, sulla vita ultraterrena, sul paradiso e l’inferno, il Bene e il Male e tutti gli aspetti legati classicamente alla religione. Anzi, come avremo modo di analizzare più oltre, a volte questi aspetti non sono più che labili opinioni. Abbiamo detto che le fedi sono il firmware e le fondamenta. Bene quali sono le fedi dell’Uomo? Le fedi sono prima di tutto una cosa: certezze. Non sono valori, perché i valori sono, in una certa misura, aspetti soggettivi, ancora riconosciuti come caratterizzati da soggettività, anche se meno aleatoriamente delle opinioni. Chi esprime dei valori sa che altri suoi simili possono e in effetti hanno, valori diversi, e questo è più o meno accettato. Ma quando si parla di fedi, si parla di certezze, non di aspetti ritenuti soggettivi, bensì OGGETTIVI. Quali sono quindi queste oggettività? Quali sono le nostre “fedi”?

IL BATTESIMO

Tutti sappiamo cos’è il battesimo, no? Porti tuo figlio di pochi giorni o mesi, e il sacerdote ti fa il suo rito e ti battezza nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo e ti da’ così il primo sacramento che dovrebbe salvarti. Il vaticano lo definisce così: ….1213 - Il santo Battesimo è il fondamento di tutta la vita cristiana, il vestibolo d'ingresso alla vita nello Spirito (« vitae spiritualis ianua »), e la porta che apre l'accesso agli altri sacramenti. Mediante il Battesimo siamo liberati dal peccato e rigenerati come figli di Dio, diventiamo membra di Cristo; siamo incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione:4 « Baptismus est sacramentum regenerationis per aquam in verbo – Il Battesimo può definirsi il sacramento della rigenerazione cristiana mediante l'acqua e la parola ».5 I. Come viene chiamato questo sacramento? 1214 Lo si chiama Battesimo dal rito centrale con il quale è compiuto: battezzare significa « tuffare », « immergere »; l'« immersione » nell'acqua è simbolo del seppellimento del catecumeno nella morte di Cristo, dalla quale risorge con lui,6 quale « nuova creatura » (2 Cor 5,17; Gal 6,15). 1215 Questo sacramento è anche chiamato il « lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo » (Tt 3,5), poiché significa e realizza quella nascita dall'acqua e dallo Spirito senza la quale nessuno « può entrare nel regno di Dio » (Gv 3,5). Come potete vedere, la Chiesa Cattolica indica nel battesimo la liberazione dal peccato (che significa imperfezione, mancanza) l’adozione come figli di Dio e significa la nascita dall’acqua. Ora da dove viene questo “sacramento” e come si giustifica? La nascita del rito del Battesimo è da ascrivere a Giovanni Battista che ai suoi discepoli faceva praticare, quale segno della loro scelta di pentirsi e di diventare suoi discepoli, il rito dell’immersione in acqua. In seguito Paolo di Tarso (S.Paolo) ne ascriverà il significato alla crocefissione di Gesù, grazie alla quale il credente è battezzato e rinnovato nello Spirito Santo. La Chiesa Cristiana ha poi trasformato questo rito nel passaggio obbligatorio per la salvezza dell’anima…un automatismo che il rito assicurerebbe. Questa ritualizzazione e “magificazione” di alcuni riti detti sacramentali forzano e dis-torcono il significato dei riti stessi e al contempo attuano una pericolosa de-responsabilizzazione del credente e dell’uomo in cammino. Oggi i cosiddetti Testimoni di Geova praticano il battesimo da adulti e solo dopo la scelta dell’adepto ad aderire al loro gruppo religioso. Ebbene, questo, a mio avviso, rappresenta il vero e più corretto modo di intendere il battesimo. E’ infatti il più aderente a quello che fu il battesimo di Giovanni Battista che somministrava il battesimo con immersione in acqua dopo l’adesione a suo discepolo del credente nella sua predicazione. L’acqua, nella simbologia ebraica è la rappresentazione della sapienza e come tale è il segno più propriamente della conversione, del momento cioè in cui il ricercatore prende coscienza e conoscenza che il precedente modo di intendere l’esistenza era sbagliato e va progressivamente abbandonato. Conversione infatti indica “cambiamento radicale di direzione”, ma tale scelta è fatta dal discepolo che consciamente la compie. Proprio per questa ragione, scelta libera ed autonoma, essa andrebbe fatta in piena consapevolezza e segnare l’inizio di un percorso nuovo verso la liberazione spirituale e la fede, cosa che un neonato non può certo fare. Affermare, come la Chiesa ha sempre fatto, che la pura mancanza esteriore di questo rito, condannasse la persona alla impossibilità di entrare nel Regno dei Cieli appare monumentale sciocchezza. Appare invece una verità tautologica che la mancata reale “conversione” rende impossibile la salvezza perché manca la decisione primaria di incamminarsi verso l’Assoluto. L’interpretazione inoltre della Chiesa circa l’azione battesimale quale lavacro operato dallo Spirito Santo, è inconciliabile con o duplicato della Cresima. Perché’ per la Chiesa Cattolica la Cresima è “è un sacramento che ci dà lo Spirito Santo, imprime nell’anima nostra il carattere di soldato di Gesù Cristo, e ci fa perfetti cristiani.” Salta agli occhi la sovrapposizione con la definizione data all’inizio su lavacro fatto dallo Spirito Santo. Tale sovrapposizione è inevitabilmente data dalla scorretta definizione del battesimo che dovrebbe avere solo la simbologia sopra indicata di “conversione” che indica l’inizio del cammino, ma non può includere l’intervento dello Spirito Santo che di per sé, dovrebbe dare la “perfezione” . Ovviamente anche la cresima non rende perfetti cristiani….l’osservazione e le statistiche ci confortano nella convinzione che come si dice “lo Spirito soffia dove vuole” e si fa un baffo dei nostri pomposi riti….come dice il Nazareno, Il Cristo Crocifisso e Risorto, “ non chi mi dice Signore Signore entrerà nel Regno, ma chi fa la Volontà del Padre mio”

MEDITAZIONE CRISTIANA E BUDDHISTA - LA NUBE DELLA NON CONOSCENZA

Questo brano è tratto da “La nube della non conoscenza”un testo di un anonimo mistico cristiano inglese del XIV° secolo. Si noti come, al di la’delle tipiche espressioni della cultura cristiana di quel tempo, l’autore consideri il pensare, il lavorio della mente, come ostacolo alla unione mistica con Dio, cioè con il divino. Se si provasse a sostituire le dotte teologiche riflessioni di matrice cristiana con altri ragionamenti di altra natura, fossero anche di matrice buddista o induista, l’insegnamento sarebbe comunque quello di liberarsene, per poter arrivare al contatto con il divino, o nel samadhi, usando altra espressione. Il documento è di rimarchevole importanza nel avallare la validità dell’approccio sincretista che successivamente anche S.Giovanni della Croce avallò con le sue riflessioni nella “salita al Monte Carmelo” L’importanza di questo testo è data anche dal fatto che l’autore non risulta avesse avuto “contaminazioni” culturali con l’Oriente, ma che strutturi tutti i suoi insegnamenti spirituali sulla base della sua esperienza diretta. In buona sostanza questo anonimo come poi S. Giovanni della Croce, indica che perfino l’idea di Dio e del Cristo Salvatore sia in definitiva di ostacolo all’ascesi. La stessa medesima cosa che professa il Buddismo. L’ascesi è quindi un processo dovuto alla liberazione dei vincoli della mente e dei suoi processi. Ed è specificatamente in questa sintesi che si colloca il sincretismo…al di la’ di quello che SEMBRA diverso secondo le costruzioni concettuali-mentali-culturali, vi è un obiettivo da raggiungere assai simile, per non dire identico. (Elitheo Carrani) --------------------------------------------------------------------------------------------------- Tratto da “La nube della non conoscenza”pag. 142 – 143 Ed. Ancora Milano III° ed. 11/1983 [….] Come ci si deve comportare nei riguardi dei propri pensieri, specie quelli che nascono dall’avidità di sapere e dell’intelligenza naturale. E se per caso sorge dentro di te qualche pensiero e viene a intromettersi tra te e questa oscurità, ponendoti continuamente queste domande: “ Cosa cerchi? E che cosa vorresti avere?”, allora devi rispondere che è dio che vorresti possedere: “ E’ lui che desidero, lui che cerco, lui e nient’altro che lui”. E se quel pensiero dovesse chiederti: “ Che cos’è questo Dio?”, rispondigli che è colui che ti ha creato e redento, e che per sua grazia ti ha chiamato al suo amore. E di lui – continua pure – tu non sai assolutamente niente. Digli dunque: “ In basso, vattene giù in basso!”, e non esitare a calpestarlo con uno slancio d’amore, anche se può sembrarti un pensiero santo e inteso ad aiutarti nella tua ricerca di Dio. Forse ti richiamerà alla mente aspetti diversissimi della sua meravigliosa bontà, e riaffermerà che Dio è in sommo grado dolcezza e amore, grazia e misericordia. Se ti metterai ad ascoltarlo, ricordati che non chiede di meglio. Infatti andrà avanti a chiacchierare sempre più, e per finire ti ricondurrà giù al pensiero della passione di Cristo. Lì ti mostrerà la meravigliosa bontà di Dio, e se vi presterai attenzione, non farai altro che il suo gioco. Subito dopo, infatti, ti farà vedere la tua misera vita passata, e nel ripercorrerla può darsi che riesca a fermare la tua attenzione su qualche posto in cui hai vissuto tanto tempo prima. Cosicchè, senza nemmeno rendertene conto, eccoti ricacciato non si sa dove, nella disperazione. E quale ne è la causa? Il semplice fatto che dapprima hai prestato ascolto di buon grado a quel pensiero, poi gli hai risposto, l’hai accettato, e infine l’hai lasciato fare. Ciò nonostante, quel pensiero era buono e santo, sì, così santo che, paradossalmente, nessun uomo o donna può sperare di giungere alla contemplazione senza una buona base di dolci meditazioni sulla propria miseria, sulla passione di nostro Signore, sulla bontà di Dio, sulla sua magnanimità e perfezione. Tuttavia, quando uno ha fatto queste meditazioni per molto tempo, deve lasciarla e ricacciarle lontano sotto la nube d’oblio, se vuol veramente sperare di perforare un giorno quella nube della non-conoscenza che sta tra lui e Dio.

CRISTIANO! CHE SIGNIFICA?

Riporto qui un mio vecchio intervento su riflessioni.it (2006) che constato oggi essere ancora di attualità e che quindi ritengo interessante riproporre ------------------------------------------------------ Premetto che sostanzialmente mi ritengo filosoficamente Cristiano. Dico filosoficamente perché sarei in grave peccato d’orgoglio definirmi “ontologicamente” o “spiritualmente” cristiano. E sarebbe anche una patetica menzogna. Non vorrei trovarmi a fare il fariseo che si incensa..... Filosoficamente cristiano significa che penso due cose: la prima è che l’insegnamento di Gesù di Nazareth è ontologicamente (qui sì occorre dirlo), spiritualmente, eticamente e filosoficamente “p e r f e t t o”. Non mi addentrerò per problemi di tempo e per la complessità dell’argomento, nella spiegazione del perché tale insegnamento è perfetto. E la seconda è che la perfezione (dimostrabile ontologicamente ed eticamente) del messaggio è di per sé forte argomento a favore della “messianicità” del Cristo. L’esistenza in vita di Gesù è più che provata storicamente. Ciò su cui si può argomentare è se davvero ciò che si racconta della sua vita sia realmente accaduto nei modi che ci sono stati tramandati. Ma il punto vero è un altro. La predicazione di Gesù è per il "peccatore" molto più importante della natura stessa di Gesù. Infatti Gesù dice “Non chi mi dice Signore Signore entrerà nel regno dei Cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio”. E la volontà del Padre, i Vangeli lo ribadiscono a più riprese, è amare Dio e amare il prossimo, vale a dire essere interiormente “prossimi” a Dio e agli uomini. Senza di ciò non c’è salvezza per l’uomo. Ho letto in alcuni interventi che il Cristianesimo è svuotato dal porre l’attenzione sul messaggio, che rimane solo parola vuota. Come ad esempio scriveva un mio interlocutore: “è sempre curioso leggere che l'importante non è tanto che sia esistito Gesù quanto il valore del suo messaggio ma qui vi è la contraddizione più enorme che svela anche quanto del suo messaggio non possa importare piu di tanto se non nulla.” Qui è l’errore purtroppo. Il messaggio è TUTTO. Se il messaggio non è accolto ed assimilato, digerito, fatto diventare parte del proprio vivere, allora sì che non vale nulla. Ma non vale nulla per chi lo ha ascoltato e non accolto, non in se stesso in quanto messaggio. il mio interlocutore proseguiva così: “Il vero, reale messaggio del Cristo infatti sta proprio nel suo corpo, nella sua passione, morte e resurrezione. Questo è ciò che ha dirottato la storia umana verso un orizzonte nuovo, per essere liberati dal peccato, non libri di testo, non illuminati o maestri di consapevolezze varie, non un bel messaggio solo a parole , parole seppur vere d'amore ma l'amore che si è rivelato nella sua persona fino alla morte, e alla morte di croce, e la resurrezione dove solo un amore infinito poteva annientare la morte.” Cioè? Cosa significa? Qui si echeggiano i sermoni della domenica, il cui scopo (nobile sicuramente ma..) è quello di innalzare la figura del Cristo che attraverso la sua morte “salva” gli uomini con la Croce. Ma quale dovrebbe essere il risultato delle frasi appena lette che (notatelo) stanno comunque mandando un altro, ulteriore messaggio? Quello di generare FEDE. E anche culto della divinità. E infine fede nella verità degli insegnamenti di Gesù stesso. Cosa ci viene detto dicendo che Gesù è il Salvatore? Che Gesù è VERO e quindi va CREDUTO e quindi va ascoltata la Sua parola. Ovverossia si torna al messaggio, che è il vero centro del cristianesimo. Il resto è fuoco d’artificio. La cosa più paradossale è che il Cristianesimo ( e il Cattolicesimo in primis) si è così profondamente occupato nei secoli di "elevare" la figura di Gesù, al punto tale che la religione popolare ha acquisito nel suo profondo che essere Cristiani è adorare Cristo ( o ancora più traslatamente, la Madonna) e non mettere in pratica i suoi insegnamenti, che rimangono là, sullo sfondo, come una giaculatoria da ascoltare alle prime due letture della messa domenicale, e poi …...andiamo a vedere la partita, paghiamo le tasse quando abbiamo voglia, guardiamo i realities, spettegoliamo un po’ a destra e a sinistra, e così via fino a domenica prossima. Dice Gesù: Chi non mette in pratica i miei insegnamenti non entrerà nel Regno dei Cieli………… Per cui non ci si illuda. La strada della liberazione e salvazione è nostra responsabilità e fino a quando non saremo capaci di elevarci ad un livello “ontologico” più che “etico” richiesto e disegnato nei Vangeli (e non solo nei Vangeli), non saremo andati da nessuna parte.

11/09/12

PAURA DI AMARE

Cosa determina la paura di amare? E' la paura di non essere corrisposti. Ma quindi che vogliamo? Vogliamo amare o essere amati? Perchè se vogliamo essere amati siamo in mano agli altri, inevitabilmente....e siamo anche in mano, in potere, a d un bisogno. Se invece vogliamo amare, la "ricompensa" è già insita....abbiamo già esaudito il desiderio, punto. Ora, occorre fare chiarezza...perchè se siamo alla ricerca di essere amati stiamo cercando di prendere, se siamo alla ricerca di dare amore, stiamo cercando di dare. In verità, nella gente "normale" come noi, ci sono sempre entrambe le cose...ma perchè noi non amiamo "tutti"? (sì, eh, poche balle, NON amiamo tutti, non raccontiamocela) Non amiamo tutti perchè SELEZIONIAMO. Vogliamo amare quelli che ci piacciono, vogliamo che le nostre aspettative siano soddisfatte! Quindi i primi a non amare siamo NOI! Chi ama quello che ha delle idee diverse dalle nostre, opposte? Chi la pensa diversamente?.......Allora, la via va percorsa, con pazienza, un passo alla volta, nel tentativo di cominicare ad amare, o almeno rispettare anche chi non ci piace tanto....ma per fare questo occorre trovare equilibrio interiore....spegnere bisogni e le seti, le paure e gli odii. Amare non vuol dire preferire, piacere, essere d'accordo. Quando c'è questa armonia e unità di intenti, chiunque può amare il suo prossimo...non richiede alcun sforzo. Amare ciò o chi non condividiamo è la vera sfida....perchè solo così la guerra tra gli esseri può finire....ma per fare questo occorre arrivare alla scissione tra giudizio e sentimento, tra concetto ed emozione, tra stabilire ciò che è giusto e avversare l'ingiusto. Non a caso il saggio è colui che ha raggiunto la pace interiore, pace che non si può raggiungere se emotivamente si avversa ciò che non si condivide. Solo portando le proprie emozioni ad una positività stabile si può raggiungere la pace e per riuscirci occorre accettare emotivamente il male nel mondo, anche se ci si adopera per superarlo. Ovviamente questi sono obiettivi molto elevati per persone comuni come siamo noi. Ma quello che conta è fare qualche passo nella giusta direzione....la meta è l'infinito....

18/06/12

IL COSIDDETTO NICHILISMO BUDDHISTA

Si sente e si legge spesso che il Buddhismo sarebbe nichilista. La parola viene da “nihil” che significa “nulla”. I sostenitori di questa interpretazione sostengono che il Buddhismo sia ateo e nichilista, vale a dire che neghi l'esistenza di Dio e che sostenga che dopo la vita vi sia il nulla, in pieno accordo con la dottrina ateo-materialistica. Questa è una grossissima sciocchezza. Il nichilismo è una posizione che afferma che al di la' di questo accidente che è la vita, non c'è nulla. Il Buddhismo invece crede nella presenza di esseri superiori, di demoni e di forze benefiche. Crede inoltre nella reincarnazione e non si vede come questo si concilii con il nichilismo. Crede inoltre nella liberazione e nel raggiungimento del Nirvana che è qualcosa che “esiste” che “c'è” e che è contrassegnato dalla perfetta beatitudine. Siamo un pochetto lontanucci dal nichilismo materialista, ci sembra. Per il Buddhismo gli esseri senzienti vengono ad esistere nella vita materiale per effetto dei loro attaccamenti. Scopo di tutto il Dhamma Buddhista è infatti la liberazione dagli attaccamenti, in quanto visti come fonte di dolore e sofferenza. Concetto mirabilmente e plasticamente illustrato nelle 4 nobili verità. A che pro una filosofia “nichilista” dovrebbe predicare l'estinzione degli attaccamenti se ritenesse che tutto ciò è senza alcun senso, dovendo poi tutto terminare con la fine della vita umana? Oltre ad essere un vita breve, unica, difficile e carica di dolore, il buddhista nichilista dovrebbe anche privarsi dei pochi piaceri di quest'esistenza, con la predicazione della rinuncia ai desideri e agli attaccamenti, per finire tutto nei pochi anni concessi di permanenza. Questo sarebbe masochismo puro. Se fossero davvero nichilisti direbbero: “godi di tutto che la vita è breve e di doman non v'è certezza”. E' del tutto ovvio che questa impostazione ed attribuzione al pensiero buddhista è assolutamente infondata. Il Buddhismo viceversa è completamente orientato alla spiritualità. La ricerca della felicità è l'obiettivo primario della filosofia e pratica buddhista. La sottolineatura dell'esigenza di estinguere gli attaccamenti è non solo indicata come mezzo per liberarsi dalla sofferenza, ma anche come viatico per ottenere una reincarnazione migliore e più favorevole al balzo nel Nirvana. Il Nirvana è una condizione ESISTENTE e non nichilista, di beatitudine, del tutto analoga al Regno dei Cieli di cristiana memoria. Nulla di più lontano dal nichilismo.

16/05/12

VITTORIA E SCONFITTA

Ecco due impostori. La logica a due valori della vittoria e della sconfitta sono tra i principali nemici della Pace, della pace interiore innanzitutto e poi anche della pace tra le persone. Quando in una contesa abbiamo l’obiettivo di vincere e di sconfiggere l’altro ad ogni costo mettiamo in campo la forza e la manipolazione. La forza La forza delle nostre convinzioni, la nostra forza fisica, la forza dell’abilità dialettica, la forza dell’umiliazione del prossimo, la forza delle armi, la forza dell’astuzia, la forza del denaro. La manipolazione La manipolazione dei fatti, la manipolazione delle coscienze, la manipolazione della verità, la manipolazione delle debolezze dell’avversario. Vincere è l’imperativo che deve essere soddisfatto, costi quel costi. La nostra forza nella contesa può essere indebolita solo se qualcuna delle cose sopra indicata la riteniamo non utilizzabile. Quando diciamo, in altri termini, che il fine NON giustifica i mezzi. Quando si perde si perde perché non si è stati abbastanza forti nelle convinzioni, nella forza fisica, nell’abilità dialettica, nella disponibilità ad umiliare il prossimo, nell’uso della armi, nell’uso dell’astuzia, nella disponibilità di denaro, nella manipolazione dei fatti, nella manipolazione delle coscienze nella manipolazione della verità, nella manipolazione delle debolezze dell’avversario. Se si guarda meglio queste due categorie si scoprirà che molto spesso chi perde è semplicemente più etico di chi vince. Chi perde spesso non è disposto a scendere di livello, non pensa che il fine giustifica i mezzi, ma che i mezzi, sono il fine. Ma avviene che chi vince viene ammirato, viene considerato superiore, senza considerare COME ha vinto. Mentre chi perde è disprezzato, emarginato, dimenticato, senza considerare COME ha perso. E così abbiamo che chi perde, oltre a venire umiliato, viene spinto ad abbassare il suo livello etico, per poter vincere, per ottenere lo status sociale, l’accettazione e l’ammirazione degli altri o anche solo per sopravvivere. Esagerazioni? Nello sport si vince con il doping, con le scommesse truccate, con il denaro. Nel business si vince con l’astuzia, il sotterfugio, l’evasione fiscale, il mancato rispetto delle regole, la mancata sicurezza, le importazioni illegali, lo sfruttamento del lavoro, i capitali illegali, gli inquinamenti selvaggi. Nella sanità si vince con la truffa allo stato, la falsificazione di interventi, i fondi neri, le mazzette, il traffico di organi. Nel mondo accademico si vince con le false lauree, con i nepotismi familiari, con le mazzette dai privati. Nella politica……con tutto. Quello che invece dovremmo ricercare è con-vincere, vincere insieme, nelle relazioni personali, nelle relazioni interpersonali, negli affari, nei rapporti affettivi, nei rapporti tra stati, nello sport, nella sanità, nella scuola. Quando riusciamo a con-vincere, riusciamo a fare crescere chi è con-vinto, chi recede dalle proprie posizioni non perché è stato “vinto” con la forza, ma è stato con-vinto con la correttezza delle argomentazioni, dei fatti, con l’onestà, con il rispetto. Allora avremo che chi cambia idea, chi “cede”, non lo fa perché è costretto, ma perché è con-vinto, ha scelto egli stesso la propria sconfitta, trasformandola in una nuova con-vincente vittoria. Se umiliamo l’altro nella sconfitta lo peggioriamo e se vinciamo così, peggioriamo noi stessi.

26/03/12

MANIPOLARE E FARSI MANIPOLARE

Questo è argomento piuttosto delicato. Perché nessuno vuole esser manipolato,no? Nessuno vuole essere condizionato da comportamenti altrui e meno che meno raggirato. Non solo perché spesso chi riesce a manipolarci può farci danno, ma, diciamolo, perché scoprire di essere manipolati ci da’ la precisa sensazione di essere poco svegli. Insomma un po’ stupidi, no? Però, però, quando invece siamo noi che “manipoliamo” allora le valutazioni cambiano….Prima di tutto, noi quando manipoliamo lo facciamo a fin di bene, no? Siamo sempre puri…se facciamo credere qualcosa a qualcuno è perché vogliamo che quella persona faccia ciò che vogliamo, perché noi sappiamo cosa è meglio, vero? Eh, sì..un po’ due pesi e due misure…come sempre…anche se non vogliamo ammetterlo. Vi do’ una notizia. Non è possibile NON manipolare. Sì proprio così. Questo avviene perché ogni forma di comunicazione OGNI forma, dalla parola scritta alle immagini, ai video, ai suoni, alla musica, sono strumenti di manipolazione. Quando comunichiamo, lo facciamo per “dire” qualcosa. E se vogliamo dire qualcosa, lo diciamo in modo che sia convincente, credibile. Se voglio convincere qualcuno a bere una bibita, non dirò “ ho una bibita svampita e che non sa di niente in frigo. Ne vuoi un po’? Se voglio dire che la primavera è bella, non dirò “ah, che noia la primavera con tutti quegli insetti, i pollini, le allergie e poi non sai mai cosa metterti perché il tempo cambia continuamente ecc ecc. No? Ancora maggiormente lo si fa con l’uso delle immagini, dei video e massimamente con la musica che è strumento di manipolazione eccelso e potente. Ogni processo comunicativo è quindi manipolatorio perché mira a produrre degli effetti in chi riceve la comunicazione. La comunicazione usa i nostri sensi per accedere alla nostra esperienza sensoriale. Il suono usa l’udito, le immagini la vista e il linguaggio usa…..la mente. Ma cosa è il linguaggio? Il linguaggio è una convenzione. Noi acquisiamo con gli anni il “sema” delle parole, il loro significato, e lo associamo a certe emozioni, che dipendono moltissimo dalla nostra specifica esperienza. Mentre la semantica, il significato delle parole, ha leggi abbastanza condivise, in quanto il significato letterale di un parola è generalmente condiviso, e questo permette al linguaggio di essere un metodo di comunicazione, l’emozione che le singole persone associano alle parole sono invece assolutamente non prevedibili e danno al linguaggio un’indeterminatezza ed imprecisione notevole nella comunicazione. Questo fa si che il linguaggio possa essere molto equivoco se usato da uno a molti, come ad esempio nel caso della televisione. Se ad esempio, come dice una famosa pubblicità della pasta, dove c’è “lei” c’è casa, l’obiettivo di chi comunica è quello di suggerire una situazione calda, accogliente, familiare, amorevole e farla associare al cibo prodotto da quella azienda. Ma l’esperienza di “casa” non è affatto universalmente positiva…Ci sono persone che considerano, percepiscono “casa” un coacervo di conflitti, restrizioni, schiavitù, a seconda della loro specifica esperienza di “famiglia”. La medesima cosa può accadere per migliaia di concetti, come “lavoro“ “rapporto” “relazione” “viaggio” e così via….. Quando invece il rapporto è da uno a uno, la possibilità di comunicare non solo il “significato” delle parole ma anche la congrua emozione diventa molto più forte. Quanto più due persone si conoscono, quanto più sanno cosa produce il loro parlare, perfino il loro tacere. Ed è qui che la possibilità di manipolare diventa massima. Negli ambienti di lavoro, in famiglia, nelle amicizie, si conoscono le modalità di comportamento e la reattività delle persone che ci circondano. Per una persona sufficientemente sveglia, la possibilità di manipolare le persone che conosce bene è alta, molto. Ma se siamo persone che hanno rispetto per il loro prossimo, per i loro amici, colleghi, familiari, cercheremo sempre di usare la nostra conoscenza della comunicazione per fare crescere nelle persone intorno a noi la capacità di queste di essere in pace con se stesse, di renderle autonome, libere, libere anche dalla nostra influenza. Questo è il rispetto per il prossimo, questo in definitiva è anche l’amore per il prossimo. Ma cosa accade se siamo vittime potenziali od effettive di manipolazione? La manipolazione “interessata” avrà più chance se noi saremo condizionabili attraverso determinati meccanismi che non siamo nemmeno in grado di riconoscere. Esistono due grande categorie che servono per manipolare il prossimo e sono: il senso di colpa e lo stimolo dell’orgoglio e dell’ego. Il primo mira a creare una tensione interiore tra ciò che siete e ciò che dovreste essere, secondo chi vi sta “manipolando”,….e questa tensione se risolta, produce un comportamento che va a vantaggio di chi vuol farvi sentire “fuori posto”. Questa manipolazione vi suggerisce che voi sareste migliori se…….faceste quello che chi ci fa sentire così, desidera facciate. La seconda invece opera sull’ego per farvi fare ciò che chi manipola, vuole. E’ il mezzo più usato dalla comunicazione dei politici…..E’ quello che si chiama “lisciare il pelo”. Questo mezzo è molto subdolo perché non si avverte una distonia come con il complesso di colpa, ma al contrario chi vi sta manipolando vi dice che siete bravi, che avete ragione, che siete perfetti e che dovete fare quella cosa, perché voi siete i migliori ecc ecc. Ovviamente si può dare anche il caso che il senso di colpa venga instillato in buona fede e che chi ve lo sta instillando non abbia alcun vantaggio dal procuravelo, come anche può accadere che chi vi stia adulando non abbia altro fine che farvi dei complimenti perché sinceri. Senso di colpa e senso di “essere nel giusto, sentirsi ok” sono entrambe stati d’essere da cui stare in guardia, sono le due facce dello stesso dualismo Bene-Male. Diventare impermeabili a sensi di colpa e al senso di grandezza di sé è un grande passo verso la libertà spirituale. Significa non far dipendere il proprio stare bene da un aver fatto la cosa “giusta” o dal sentirsi “giusti”. E più il nostro stare bene non è condizionato, più è forte.

09/03/12

ELIMINARE LE EMOZIONI NEGATIVE CON LA TECNICA DSE

Quante volte è capitato che una giornata perfetta venga rovinata da qualcosa? Ad un certo punto, inspiegabilmente, un emozione si insinua nella nostra mente, tentiamo di scacciarla, ma come un tarlo non ci da pace, ci riporta alla memoria ricordi spiacevoli. Ci diciamo: che strano, come mai? Era tanto che non ci pensavo più! Pensavo di aver risolto! Perché adesso? Già perché adesso? Probabilmente perché l’emozione negativa che pensavamo di aver risolto, forse contrapponendo un pensiero positivo, oppure cercando semplicemente di non pensarci … di sfuggirla o altro, è stata sì risolta, ma solo superficialmente e non alla radice; e ora … qualcosa, che probabilmente, abbiamo notato ce l’ha riportata in superficie e ce l’ha piazzata di nuovo lì…nella nostra mente e noi ci sentiamo come se ci avessero dato un pugno nello stomaco. Se vogliamo rimuovere un’emozione negativa dobbiamo agire sulla radice, altrimenti lei rimarrà lì, dormiente, magari per anni, finché qualcosa la risveglierà e la riporterà di nuovo alla luce. Per fare ciò dobbiamo scaricarla, ovvero annullare il comando mentale che innesca l’emozione; questo comando scatta un attimo prima del sorgere dell’emozione e avvia il suo programma. Allora dobbiamo cercare di DEPROGRAMMARE il comando. Come? Con la SEMANTICA; la nostra mente tende a verbalizzare ogni nostra emozione, cioè associa una parola o una frase ad ogni emozione, e questo spesso avviene a livello inconscio, a nostra insaputa. Ed è proprio questa parola, seppellita nella profondità del nostro inconscio, che dobbiamo trovare e deprogrammare, depotenziare. Per fare ciò dobbiamo accedere alla corrispondenza emotiva, cioè rivivere o richiamare l’ENERGIA dell’emozione negativa ed accedere così alla frase nascosta. Ecco perché questa tecnica si definisce DSE- DEPROGRAMMAZIONE SEMANTICO ENERGETICA.

L'AMORE E' QUELLO CHE RIMANE DOPO CHE....

L'amore è quello che rimane dopo che è stato tolto tutto il resto. Non si può amare davvero se sei in conflitto con te stesso. E' davvero impossibile, se non per brevi spazi di tregua,quando il dolore non si fa sentire....occorre pertanto prima liberare l'anima dal dolore....e il resto verrà da sè. La via è difficile,irta ed angusta, ma non di meno è necessariamente da percorrere.

QUANDO LA MENTE E' PRIVATA DEI PENSIERI ....

Quando la mente è privata dei pensieri, quando non ci sono disturbi, né alcuna forma di agitazione, ha luogo un risveglio e si manifestano i talenti assopiti, le infinite capacità della mente. Quando penetrate nei reami sconosciuti della pura conoscenza divina, allora avviene la rivelazione. Questa è la grandezza del rilassamento interiore. (Mata Amritanandamayi Devi - Amma)
Commento: La liberazione dai pensieri che ossessivamente circolano vorticosamente nella mente è la vera partita da giocare...come le nuvole oscurano il sole che sempre è presente, così i pensieri, le pulsioni, le paure , le rabbie, le preoccupazioni, i desideri.. oscurano lo spirito felice ed imperturbabile....

QUANTO ASCOLTERETE CON LE VOSTRE ORECCHIE ... (Vangelo di Tommaso Apostolo)

Gesù disse, "Quanto ascolterete con le vostre orecchie, proclamatelo dai vostri tetti ad altre orecchie. Dopo tutto, nessuno accende una lampada per metterla in un baule, né per metterla in un posto nascosto. Piuttosto, la mette su un lampadario così che chiunque passi veda la sua luce." (Il Quinto Vangelo di Tommaso Apostolo)
Commento : Questa è analoga alla la parabola dei talenti...chi la ricorda sa che Gesù appare duro dicendo che a chi ha fatto fruttare i talenti gli verrà dato in aggiunta, mentre a chi non ha fatto fruttare nemmeno quell'unico che ha che gli sarà tolto pure quello. E' un'esortazione a mettere al servizo della crescita degli altri le proprie capacità e contrariamente a ciò che comunemente si pensa, la cosa importante non è solo quella di portare sollievo alla sofferenza fisica attraverso il dar da mangiare agli assetati, l'andare a trovare i carcerati, ma più spiritualmente quello di dare il cibo sipirituale per far "nutrire" le persone e il liberare le menti dalle loro "carceri" mentali....Analogamente, e notate bene, in contrapposizione al monachesimo chiuso in se' stesso, chi ha luce da diffondere la deve condividere, per aiutare l'umanità verso la liberazione....La condivisione, sempre.

L'AVVOCATO DEL DIAVOLO - commento a una scena del film

La vanità in Kevin, sorge dopo aver fatto una cosa "giusta". Kevin-Keanu lascia, in pieno dibattto in tribunale, la difesa di uno pedofilo che sapeva colpevole e questo causa la sua rovina come avvocato, ma il senso di riequlibrio che trova nel ritenersi nel "giusto" vale il prezzo da pagare...Ma l'Ego è forte e scaltro...Kevin non si è ancora liberato dall'attaccamento a se stesso....il passo "giusto" fatto in tribunale, non è dovuto al desiderio di giustizia e al bisogno di proteggere altri bambini dalle azioni dell'imputato, ma principalmente al suo desiderio di essere all'altezza dell'opinione che Kevin ha di se stesso.Questa non è ovviamente una "vera" motivazione spirituale, e il Diavolo-Al Pacino lo sa e, sotto le mentite spoglie di un giornalista lo tenta con l'idea dell'intervista esclusiva, con l'idea cioè di tornare immediatamente a farne un protagonista, un "vincente". E Kevin, spinto dalla non innocente bella moglie, cede alla tentazione di tornare a glorificarsi, in un nuovo contesto: quello del moralista, del predicatore, dopo essere stato una gloria del foro e dell'avvocatura. Il Diavolo fotografa mirabilmente tutto con la battuta finale....La vanità, il mio peccato preferito. Mirabile scena che insegna come ciò che conta non sia l'atto compiuto, ma la motivazione dell'atto stesso. Una perfetta allegoria dell'ipocrisia umana

QUANDO FARETE DEI DUE UNO... (Vangelo di Tommaso Apostolo)

Gesù disse loro, "Quando farete dei due uno, e quando farete l'interno come l'esterno e l'esterno come l'interno, e il sopra come il sotto, e quando farete di uomo e donna una cosa sola, così che l'uomo non sia uomo e la donna non sia donna, quando avrete occhi al posto degli occhi, mani al posto delle mani, piedi al posto dei piedi, e figure al posto delle figure allora entrerete nel Regno." (Il Quinto Vangelo di Tommaso Apostolo)
Commento : Questo è un grande insegnamento "esoterico". L'allusione al fare di due uno è la richiesta del superamento del pensiero duale, quello che divide le cose, tipico della mente...Il Giusto e lo Sbagliato, il Bene e il Male, la Ragione e il Torto, Il Desiderabile e il Detestabile ecc. sono tutti modi classici e al contempo erronei della mente nel considerare le cose....Quando si designa un + necessariamente si indica e si fa nascere un -...Questo è il nostro peccato originale...il voler conoscere il Bene e il Male....quando si "definisce" il "bene" automaticamente ciò che ne è fuori indica, per differenza, il "male" e così la mente scopre e crea il "male" che prima non esisteva. Superare questo modo di vedere le cose porta al Regno, alla libertà dello spirito.

23/02/12

BUDDHISMO: DISTACCO E PASSIONE


Una delle cose che maggiormente lascia sconcertati o anche freddi nei confronti del Buddhismo è questa insistita sottolineatura del distacco. L’estinzione della sete di esistere, così caratteristica del Buddhismo, appare al pensiero occidentale come troppo lontana dal modo di vedere progressista dell’occidente, che dell’azione, della forza dell’uomo al cambiamento delle condizioni materiali, del progresso tecnologico, ha fatto la sua essenza filosofica e pratica.

Per l’occidentale medio il Buddhismo appare come una filosofia della rinuncia alla vita….una sorta di nichilismo esistenziale…un’idea dell’esistenza che porta al rifiuto della vita, al tentativo di affrancarsi da essa, per assurgere a vita spirituale (nirvana) non meglio specificata e comprensibile.

Seppure l’occidentale mediamente avveduto ed accorto abbia già da tempo prese le distanze dalla filosofia dell’avere e della ricchezza, dell’accumulo delle cose, che più radicalmente era il credo del primo dopoguerra, la tendenza è comunque sempre quella di pensare in termini di cambiamento della società, in un’ottica appunto progressista.

Il ricercare nuovi modelli di sviluppo, basati sull’energia sostenibile, il ricercare nuovi approcci politici, più rispettosi delle differenze culturali e religiosi dei popoli, la ricerca della pace per il mondo, tutte queste istanze tipiche del mondo new age, molto incentrate sulla spiritualità e sull’avere il necessario e non il superfluo, sono segni di ricerca di coniugare messaggi spirituali e progresso materiale che consentino un po’ la “quadratura del cerchio” tra il distacco spirituale e l’impegno tipicamente occidentale nel “cambiare il mondo”.

Non posso negare che questo approccio trova tutta la mia simpatia….ben venga tale approccio umano alle questioni economiche, sarebbe davvero ora.

Ma…

Occorre, se si vuole essere rigorosi nell’esplicazione delle conseguenze insite nello seguire un percorso spirituale, capire cosa un insegnamento come il Buddhismo implica sul piano personale e spirituale.

Il Buddhismo individua un elemento base della sofferenza umana che è indicato nel concetto di “sete” traducibile con anche “brama” o “desiderio”, o anche “passione”. Conseguentemente il Buddha indica la via per l’estinzione di questo sentimento per poter sfuggire al dolore.

Una tale radicale affermazione sembrerebbe contrastare con l’aspirazione e il desiderio di tanti che si impegnano pieni di “passione” per cambiare il mondo, e lascia nell’ammiratore del Buddha una sorta di smarrimento ed anche imbarazzo.

Alla base della speculazione buddhista c’è la constatazione che ogni situazione in cui c’è una “distanza” tra ciò che si vorrebbe e ciò che è, o si ha, provoca un abbassamento del tono generale, in altre parole un allontanamento dalla felicità…Si introduce cioè nell’animo una sensazione di insoddisfazione per come stanno le cose, perché appunto si “desidera” che le cose siano diverse.

Poco importanza ha, dal punto di vista spirituale, se l’insoddisfazione sia causata dalla impossibilità di comprarsi una fuoriserie o dal fatto che il mondo non è in pace. Sono fini ed aspirazioni, “passioni” diverse, ma il loro mancato verificarsi può provocare lo stesso sordo senso di insoddisfazione….

L’obiezione del seguace della new age sarà che c’è una grande differenza tra le due “passioni” e questo è vero, ma non lo è per lo spirito. Se infatti una “passione” diventa sufficientemente forte, può portare a vivere profondamente insoddisfatti ed irritati per come le cose vanno “male” e può spingere anche alla rabbia e all’odio, a causa del mancato verificarsi del risultato atteso.

Questa è per inciso la ragione per cui le rivoluzioni non portano mai l’esito di cambiamento che all’inizio del movimento rivoluzionario si auspicava…..una volta raggiunto l’obiettivo, ma senza avere evoluto il proprio spirito verso un apprezzabile livello di estinzione della sete, si manifestano necessariamente tutte le paure, le passioni, gli egoismi che caratterizzavano la situazione precedente. Un movimento rivoluzionario avrà molta paura di esser rovesciato e di essere riportato alla situazione antecedente…per cui farà di tutto, per impedirlo, comprese le carcerazioni dei dissidenti ed anche l’omicidio dei controrivoluzionari.

La causa di questi comportamenti risiede nel fatto che il desiderio, la “sete” non è affatto estinta, e le persone non sono in pace, ma sono ancora vincolate agli esiti di quanto hanno cercato di realizzare.

Questo è ciò contro cui il Buddha punta l’indice. Se non ci si libera dal desiderio ( che le cose vadano come noi vogliamo) non sapremo costruire un mondo pacificato, ma solo un mondo in provvisoria tregua, pronto ancora al conflitto.

Ma il buddhismo non è passività o nichilismo, bensì il tentativo di proporre un modo di vivere incentrato sulla pace e sulla compassione, che tradotto in termini mentali significa: opera per il bene ma disinteressati del risultato. Fa’ il bene ma non aspettarti nulla. Solo così potrai raggiungere la pace interiore.

In altre parole uscire dal dualismo vittoria-sconfitta, svincolare la tua felicità all’esito di ciò che ti sei prefisso. E’ lo stesso concetto del cristiano: “ tu puoi seminare, ma è Dio che fa crescere”, o del “non sappia al tua mano destra cosa fa la sinistra.” O ancora “il mio regno non è di QUESTO mondo”.

L'ORIGINE DELLA SOFFERENZA


Il buddha disse che l’origine della sofferenza risiede nella sete.

Già, ma cosa è la sete?
La sete è la differenza che corre tra ciò che abbiamo e siamo e ciò che vorremmo avere ed essere. Il tutto si riduce a questo. Ed è bene capirlo bene questo concetto. La tensione tra ciò che riteniamo si debba avere ed essere rispetto a quello che riteniamo sia ciò che al momento abbiamo e siamo.

La tensione che si genera è chiamata in vari modi, ma alla fine si tratta solo di una cosa: desiderio…sete appunto. Del resto anche le parole hanno il loro significato…sete significa che sentiamo il bisogno di bere, ragion per cui non stiamo “bene”. Dobbiamo bere per poter stare meglio, no?

Ma se non avessimo sete, non avremmo bisogno di bere, non è vero?

Ecco quindi un altro concetto che si evidenzia. Il bisogno è una schiavitù ed una sofferenza. Se non hai bisogni sei molto più libero di chi invece li ha.

Fin qui è tutto abbastanza semplice…..i problemi nascono quando si comincia a vedere l’applicazione di questo principio….

Infatti si comincia a dire..sì, ok, giusto, però a me quella casa sulla collina con piscina piace così tanto….sì, ok, va bene, però se fossi il direttore generale……sì però..se il mondo fosse migliore, se ci fosse più giustizia nel mondo….si però….avessi un fisico migliore, fossi più giovane, più ricco, più colto, più……aggiungete quello che volete…

La tensione tra ciò che siamo e vorremmo essere, ma anche, allo stesso modo, tra come il mondo è e come lo vorremmo….è sempre presente, ad ogni livello di ragionamento….

Sorge allora, sulla base della forza di questa sete, la decisione di agire, di fare qualcosa per raggiungere quell’obiettivo, grande o piccolo che sia….ed inizia la lotta….

Ma quando si inizia a lottare, ci si comincia a preoccupare di come raggiungere l’obiettivo, subentra la paura di non farcela…..e studiamo le strategie per vincere e raggiungere l’agognato risultato. Scopriamo che vi sono ostacoli, che vi sono persone e gruppi che ci ostacolano e…quanto più il desiderio di raggiungere l’obiettivo è sentito, tanto più ci danno fastidio coloro che si mettono in mezzo…..e qualcuno comincia a pensare che se non ci fossero questi ostacoli, si potrebbe arrivare meglio e prima….e quindi forse, se potessimo togliere di mezzo quelli che ci ostacolano….

Capite dove porta tutto questo?

La pace già ce la siamo persa quando abbiamo deciso che avevamo un risultato da raggiungere…è subentrata l’ansia, il desiderio e la paura, ma poi trovati gli ostacoli si sono presentate anche la rabbia e l’avversione verso le circostanze e le persone che ci impediscono l’obiettivo…

Tale è la natura della sete.

E questa strutturazione della realtà in cui poniamo degli obiettivi da raggiungere, indica necessariamente l’entrata del dualismo…da un lato abbiamo ciò che c’è, ciò che siamo e dall’altra ciò che vorremmo essere ed avere….

Questo significa che il nostro mondo interiore è “spaccato”…da un lato avremo il “bene” che sono tutte le cose che vogliamo essere ed avere, e dall’altro avremo il “male” tutto ciò che non vogliamo avere ed essere e gli ostacoli a ciò che vorremmo avere ed essere.

E questo è il nostro albero della conoscenza del bene e del male. Il nostro VERO peccato originale. E’ attraverso questa porta “mentale” che entra nel paradiso terrestre del nostro spirito, nel nostro cuore, il desiderio e la sete, cioè il male…il desiderio di perfezione…e paradossalmente perdiamo proprio quella perfezione che già era presente fin dall’inizio….

07/02/12

LA NATURA DEL PENSIERO: IL PENSIERO POSITIVO E IL PENSIERO NEGATIVO


Uhmmm…forse ho esagerato nel titolo? Beh vediamo se riesco a dire qualcosa di adeguato. Sapete bene quanta importanza si dia al pensiero positivo… L’esortazione a “vedere” in rosa, il potere di far accadere le cose, the secret, la legge di attrazione, se vuoi, puoi ecc ecc.

Come sapete io invece esorto a fare gli speleoologi di noi stessi alla ricerca delle cose che non vanno per eliminarle. Mentre molti consigliano di andare verso l’alto, io consiglio di scendere verso il basso. Apparentemente due modi opposti di vedere il percorso di crescita-

Qualcuno avrà voluto vederci una mia avversione al pensiero positivo, ma non è davvero così, davvero no. E’ un po’ più complesso.

Prima di tutto dovremmo chiederci cos’è il dolore e cos’è la felicità, Sarebbe argomento titanico ma io sono un brutale semplicione e semplificatore e la riduco a questo. E’ dolore tutto ciò che indipendentemente da quello che sia davvero, noi lo “classifichiamo” tale. E’ piacere o per meglio dire gioia, tutto ciò che noi la classifichiamo tale. In poche parole la mia posizione è l’esaltazione della soggettività.

Ora cosa stabilisce che una cosa sta nella casella “buona” e l’altra sta nella casella “cattiva”? Risposta secca: noi, solo noi.

Infatti se ad esempio parliamo di un rapporto affettivo che si rompe, può essere classificato nella casella “disgrazia” se noi volevamo che il rapporto continuasse, ma lo metteremmo senza indugi nella casella “fortuna” se volevamo che la storia finisse. Ah beh, ovvio.., no? Mica tanto. Perché le ragioni per cui noi possiamo volere l’una o l’altra cosa sono assai diverse e soggettive. Si può volere che finisca perché ci siamo innamorati di qualcun altro o perché l’altro/a si è innamorato/a di qualcun altro, quindi due ragioni opposte che generano la prima gioia perché si pensa al rapporto nuovo e la seconda dolore perché si pensa al rapporto perso (sto volutamente tralasciando il travaglio che tali scelte procurano comunque perché mi interessa l’esempio in generale).

A loro volta le persone che prima erano in coppia ora sono separate, possono trovare altri partner con cui andranno benissimo e per cui spesso è un problema di relazione tra due persone e non un problema di solo uno dei due.

Quindi ciò che noi riteniamo “buono” un altro lo ritiene “non buono”.

Ma cosa avviene a livello del pensiero? Cosa è il pensiero?

Noi pensiamo secondo il linguaggio. Non siamo capaci di pensarne senza. Ma il linguaggio non è il pensiero, ma una rappresentazione del pensiero. Se penso “quel semaforo è verde” potrò crearmi un’ immagine del semaforo verde ed associerò l’idea di positività all’immagine perché verde significa poter passare senza fermarsi. Già. Ma se a quel semaforo c’è anche una concessionaria che espone la macchina che mi voglio comprare, allora il verde non lo considererò più “buono”, perché non mi permette di fermarmi a guardarla.

Attenzione perché l’esempio non è affatto banale. E ci dice molto sui processi mentali. Il dolore e la gioia sono esclusivamente dati dalle nostra classificazioni di ciò che è Bene e di ciò che è “Male”, ma anche questi due concetti sono convenzioni!

Essere soli è quasi sempre considerato fonte di dolore. Perché circola insistentemente questa idea che la solitudine sia una cosa negativa e tutti “assorbiamo” questo modo di valutare la cosa. Ma se andiamo a valutare quante volte la vicinanza di altre persone non sia stata affatto gradevole e consolante (attenzione all’uso subdolo del linguaggio….qui io uso la parola “consolante” e con questo inserisco in voi la suggestione inconscia che chi è “da solo” abbia bisogno di consolazione. Voi non ve ne saresti accorti se non avessi aperto questa parentesi, ed io avrei così rafforzato il senso comune che “solitudine è “male”) ci rendiamo conto che moltissime volte avere vicino qualcuno è più una disgrazia che una fortuna.

Quindi il pensiero, ed in particolare il pensiero “emotivo” è in realtà completamente condizionato dalle nostre classificazioni. Non c’è nulla di oggettivo.

Tornando al pensiero positivo, se mi dico “ tu sei forte e ce la farai” uso appunto il pensiero positivo, ma questo “pensiero” ha in sé il suo doppio negativo che è “ tu sei debole e non ce la farai”. La mia classificazione non è affatto cambiata….continuo a tenermi dentro un modo diviso di vedere le cose. Se invece mi dico “tu sei debole e non ce la farai” e riesco a far diventare questa paura un “niente”, sarò libero dalla paura di perdere e dal desiderio di vincere che è l’altra faccia della medaglia..ma se giungo a questo non avrò più necessità di essere “vincente” per essere contento, perché non esiste più l’eventualità che mi può rattristare, cioè l’essere perdente. Se considero la “perdita” una cosa assolutamente insignificante o addirittura utile (tempo fa postai la famosa frase di Edison che giunto al 1000esimo fallito tentativo di fare la lampadina disse: “ Conosco mille modi in cui non si deve fare”) non avrò più nulla che mi possa rattristare.

In fin dei conti, i concetti di vittoria e sconfitta, visti da vicino sono solo parole di 7 e 8 lettere. Quando si riesce a vederla così la libertà è vicina. Garantito.

06/02/12

SAPERE E CONOSCERE




Qual è la differenza tra sapere e conoscere? C’è differenza? Sì c’è.

Cos’è sapere? Sapere è avere concetti su un determinato argomento.
Ad esempio io posso sapere perfettamente come si guida una macchina…mi studio il manuale, capisco come è fatta l’auto, so dove si trova il pedale dell’acceleratore, quello del freno, il volante, il cambio e così via…Poi posso conoscere tutti i cartelli stradali e tutte le regole del codice della strada….sapere che se devo svoltare a destra spingo la levetta in alto e se devo girare a sinistra la spingo in basso…se devo frenare devo usare il piede dell’acceleratore, lasciarlo, e premere sul freno e allo stesso tempo premere la frizione per scalare la marcia o per lasciarla in folle, prima che la decelerazione non faccia spegnere il motore.

Posso sapere tutte queste cose, posso saperle molto bene, a menadito. Se facessi un esame, lo passerei con il massimo del punteggio.

Quindi se uno mi chiedesse: sai come si guida? Potrei rispondere Sì! So come si guida. Ma se mi chiedesse: sai guidare? La risposta dovrebbe essere no.

Perché per saper guidare, occorre fare CONOSCENZA dell’auto, del traffico, del mio corpo dentro un auto a gestire tutta quella somma di nozioni che ho appreso. E allora scoprirò che ad esempio tutte quelle cose le devo saper fare CONTEMPORANEAMENTE, mentre il mondo intorno a me gira vorticosamente….altre auto passano, seguono, incrociano, svoltano, mentre semafori si accendono, cambiano colore, persone attraversano la strada… No decisamente non è la stessa cosa sapere e conoscere, nient’affatto.
Conoscere vuol dire “fare esperienza” ed introiettare la “sapienza” che si è acquisita teoricamente. Non è un caso che per gli Ebrei “conoscere” una donna significa avere rapporti sessuali con lei e non dirle buongiorno o buonasera….

Ciò che troppo accade a tutti noi è che confondiamo sapere e conoscere e li mescoliamo…Sapere vuol dire conoscere una cosa dal “di fuori” e conoscere significa conoscere una cosa dal “di dentro”
Ma per conoscere una cosa dal di dentro occorre sporcarsi le mani, allenarsi, sudare, forgiare noi stessi.. ”applicare” il sapere.
E’ per questo che spesso si dice che quando non si sa fare una cosa la si insegna…ti permette di rimanere nel teorico.
Conoscere significa soffrire, come quando si fanno le prime guide con l’istruttore o dopo aver appena preso la patente….ma il premio è il controllo di sé, il potere, la libertà.

In tutte le cose dovremmo mirare alla conoscenza e sapere sempre a che punto siamo nel processo.

05/02/12

BUDDHISMO E CRISTIANESIMO - CONTIGUITÀ


Posto qui un raffronto tra le indicazioni dell'ottuplice sentiero del Dhamma buddhista e le frasi e i precetti del Cristianesimo, per evidenziare, in pieno sincretismo, le assolute contiguità tra le due tradizioni...per chi voglia fare uno sforzo ed ampliare i propri punti di vista.....

BUDDISMO E CRISTIANESIMO - CONTIGUITÀ


L'Ottuplice Sentiero del Buddha e Cristianesimo

la retta visione: cioè il riconoscimento delle "Quattro Nobili Verità" attraverso la loro corretta conoscenza e la conseguente loro corretta visione.

Mt 19:16-22
Ed ecco un tale si avvicinò a Gesù e gli disse: Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna? Egli rispose: perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti. Ed egli gli chiese quali? Gesù rispose: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso. Il giovane gli disse: ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora? Gli disse Gesù: se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi. Udito questo, il giovane se ne andò triste poiché aveva molte ricchezze.

In questo passo Gesù esemplifica l'effetto dell'attaccamento alle cose terrene e più in generale l'attaccamento come atteggiamento mentale..la stessa cosa espressa nelle 4 nobili verità
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la retta azione: cioè l'azione non motivata dalla ricerca di egoistici vantaggi, svolta senza attaccamento verso i suoi frutti.

Mt 6:2-4
"Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua mano sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà"
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la retta parola: cioè l'assunzione della personale responsabilità delle nostre parole, ponendo attenzione nella loro scelta e ponderandole in modo che esse non producano effetti nocivi sugli altri e di conseguenza a noi stessi; ciò significa anche che il nostro agire deve essere improntato al nostro parlare e corrispondere ad esso.

Mt 5:20-26
Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei Cieli.

Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: “Raca”, stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.

Mt 5:37
''Sia il vostro parlare si' si', no no, il di piu' viene dal maligno''
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la retta intenzione: cioè il corretto impegno sostenuto dalla "Retta visione" nel padroneggiare l'attaccamento (al desiderio di vivere, alla brama ed all'avidità di esistere, di divenire o di liberarsi, al desiderio di affermare il proprio presunto «sé esistente») e dalla compassione

Mt 6:1-6
Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli. Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà
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il retto modo di vivere:cioè vivere in modo equilibrato evitando gli eccessi, procurandosi un sostentamento adeguato con mezzi che non possano arrecare danno o sofferenza agli altri. Questo comporta anche la corretta padronanza delle proprie intenzioni, in modo che esse siano sempre orientate e dirette lungo la linea mediana di condotta di vita

Levitico - Antico Testamento 19:35-36
Non commetterete ingiustizie nei giudizi, nelle misure di lunghezza, nei pesi o nelle misure di capacità. Avrete bilance giuste, pesi giusti, efa giusto, hin giusto. Io sono il Signore, vostro Dio, che vi ho fatti uscire dal paese d'Egitto.
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il retto sforzo: cioè lasciare andare gli stati non salutari e coltivare quelli salutari. Significa anche confidare nella bontà della propria pratica buddhista perseverando con un corretto ed equilibrato impegno nello sforzo, motivato dalla fede

Mc 11:24
Perciò vi dico: Tutte le cose che domandate pregando, credete di riceverle e le otterrete.
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la retta presenza mentale: cioè la capacità di mantenere la mente priva di confusione, non influenzata dalla brama e dall'attaccamento

Lc 6:41-42
Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non t'accorgi della trave che è nel tuo?Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.
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la retta concentrazione: cioè la capacità di mantenere il corretto atteggiamento interiore che porta alla corretta padronanza di sé stessi durante la pratica della meditazione

Mt 5:3 -10
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il Regno dei Cieli.

19/01/12

CULTO ED INTERIORITÀ


Spesso in svariate occasioni e contesti si è sollevata la questione della storicità dell'esistenza di Gesù e della storicità/attendibilità del Vangelo.

L’argomento della supposta non esistenza di Gesù ha in sé una finalità, che non voglio certo definire scorretta o illecita, ma anzi legittima, di far conseguire che se venisse provata la non esistenza di Gesù, la religione cristiana sarebbe falsa e quindi nulla.

Beh, a prescindere dall’esistenza di Gesù, tale sillogismo è fallace.

Certo, molti tendono a considerare il Cristianesimo come la affermazione di Gesù come Messia e Salvatore e di Uomo risorto e figlio di Dio, della stessa natura di Dio. E questo e non altro qualificherebbe il Cristiano.

Voglio essere qui chiaro sul mio punto di vista. Se così fosse il Cristianesimo sarebbe un mero fatto di opinione. Quando infatti io credessi che Gesù è il Messia e il Risorto, sarei, ipso facto, cristiano.

Ma ciò non è ciò che i Vangeli affermano.

Infatti sono molti gli episodi in cui la sottolineatura va al comportamento reale e più ancora alla interiorità del "credente".

Si ricordi, ad esempio, l’episodio del centurione (Matteo 8:6–8:12)

"Signore, il mio servo giace in casa paralitico e soffre moltissimo".Gesù gli disse: "Io verrò e lo guarirò". Ma il centurione rispose: "Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anche io sono uomo sottoposto ad altri e ho sotto di me dei soldati; e dico a uno: "Va'", ed egli va; e a un altro: "Vieni", ed egli viene; e al mio servo: "Fa' questo", ed egli lo fa". Gesù, udito questo, ne restò meravigliato, e disse a quelli che lo seguivano: "Io vi dico in verità che in nessuno, in Israele, ho trovato una fede così grande! E io vi dico che molti verranno da Oriente e da Occidente e si metteranno a tavola con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, ma i figli del regno saranno gettati nelle tenebre di fuori. Là ci sarà pianto e stridor di denti".)

Come si vede l’appartenenza ad una "chiesa" e ad una tradizione, conta poco o nulla. Proprio perché l’interiorità è ciò che conta.

Ancor più esplicita è la famosa frase "non chi mi dice Signore, Signore entrerà nel Regno dei Cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio" e la volontà del Padre è "che vi amiate gli uni con gli altri"

Per farla breve il Cristiano non é colui che frequenta la chiesa che va a messa la domenica ecc., ma colui che segue l’insegnamento di Gesù.

Ma d’altro canto cosa significa seguire Gesù?

Significa con ogni evidenza raggiungere la capacità di armonia con i propri simili che lui ha predicato. Ma questa capacità può essere anche di un buddhista, di un ebreo, di un musulmano o di un induista.

E allora ciò che dovremmo chiedere a noi stessi è: che cosa ci impedisce di raggiungere questa capacità di essere in armonia? Forse dovremmo cominciare da lì? Se riuscissimo a vedere le cose da un punto di vista più sostanziale e meno formale molti ponti verrebbero costruiti, no?

17/01/12

LE SEI FASI DEL DESIDERIO - APPROCCIO PRELIMINARE AL PECCATO ORIGINALE


In realtà tutto ciò che vogliamo fare nella vita, tutto ciò che desideriamo ottenere, ciò a cui miriamo, è in effetti parte del nostro desiderio di vivere, della nostra sete di vivere, in altre parole dei nostri scopi, del motivo per cui veniamo al mondo. Di fatto la sete è il motore della nostra esistenza, ciò che ci consente di perseguire i nostri scopi e i nostri desideri. Ci poniamo cioè degli obiettivi da raggiungere e tali obiettivi, generano, alimentano, indirizzano, la nostra sete di esistere.

Si badi bene che la sete di esistere non necessariamente include evidenti aspetti negativi in sé: il grande pianista, lo scrittore di successo, il grande campione sportivo, il grande manager, i grandi nomi della scienza, della filosofia, della religione, ed anche ovviamente le persone "normali" con le loro normali passioni, non sono certo iatture universali come i grandi dittatori che hanno seminato morte e distruzione nei secoli.

Ciò non toglie, però, che di fatto sono anche queste ultime, seti di esistenza, anche se con scopi diversi.

2.4. Le sei fasi di creazione del desiderio


La sete di esistere è comune a tutte le persone, sia, per ora esprimiamoci così, per scopi "buoni" che per scopi "cattivi". Il quesito di fondo che ci stiamo ponendo é: esiste qualcosa che stia al di sotto della sete e che cioè la origini, ne sia la causa, o aveva ragione il Buddha, affermando che essa stessa è per così dire, costituente sé stessa? Il punto in discussione non è di pura filosofia, ma ha anzi fondamentali conseguenze sul piano esistenziale di tutti noi, come risulterà evidente se continuerete a leggere.

Se infatti la causa della sofferenza fosse la vita stessa, non esisterebbero molte alternative: occorrerebbe rinunciare a desiderare di vivere per estinguere la sofferenza.

Le cose forse non stanno proprio così.

Procediamo con ordine e logica nell’analisi.

Gli scopi sono creati dai desideri, o sono gli scopi che fanno nascere i desideri ?

Nasce prima l’uovo o la gallina? Se il desiderio nascesse prima dello scopo, avremmo, per così dire, un desiderio indeterminato; infatti come può esservi un desiderio senza scopo? Manca con tutta evidenza "la ragione per cui" il desiderio esiste: per essere soddisfatto. Come si può soddisfare un desiderio non formulato da uno scopo da raggiungere? In altri termini, "sotto" il desiderio vi è lo scopo: infatti se si inverte il processo e la sequenza, la logica ci supporta ed è immediatamente più chiara: prima nasce lo scopo (dal greco:skopos= bersaglio), poi il desiderio di raggiungerlo. Ad esempio prima viene presentata l’automobile da comprare, proponendovi lo scopo=bersaglio , poi nascerà (forse) il desiderio di comprarla, e poi (forse) si attueranno una serie di azioni per raggiungere lo scopo e quindi soddisfare il desiderio.

Appurato che esiste una sequenza in cui gli scopi vengono prima dei desideri, esiste però ancora un’altra domanda: come nascono gli scopi/bersagli?

Se gli scopi sono logicamente anteriori ai desideri, cosa fa nascere uno scopo? Anche qui la domanda può sembrare un po' capziosa, pignola, ma dalla corretta comprensione di questi processi, dipende direttamente la risposta del perché del dolore nel mondo.

Lo scopo/bersaglio/obiettivo, è in definitiva un’intenzione che viene definita sulla base di un’esigenza che chi formula lo scopo ha prima avvertito: lo scopo nasce come conseguenza di un’analisi di una situazione che offre come risultato dell’analisi stessa una mancanza/esigenza che dev’essere colmata. Rimanendo all’esempio dell’automobile, come risposta ad uno stimolo pubblicitario, la persona può effettuare un’analisi (non importa se di tipo conscio o inconscio, razionale o emotivo) che la può portare alla conclusione che sì, ha bisogno di quel tipo di automobile. L’analisi che porta a questa conclusione può essere molto razionale ( è spaziosa, va bene per la famiglia, ci sta anche il cane, è robusta e affidabile) oppure molto emotiva (ci faccio una figurona con i colleghi, faccio colpo sulla ragazza, ecc.) ma porta comunque alla definizione di un’esigenza che prima non era stata formulata.

Risulta quindi evidente che viene prima l’analisi, poi l’esigenza, poi nasce lo scopo; successivamente il desiderio di raggiungerlo, quindi l’azione per raggiungere lo scopo ed infine il raggiungimento dello scopo.

Nel caso dell’acquisto dell’automobile, abbiamo prima l’analisi del messaggio pubblicitario, poi la scoperta o constatazione dell’esigenza e/o della mancanza dell’auto, poi lo scopo di comprare l’auto, poi il desiderio di avere l’auto, poi l’azione per raggiungere lo scopo (ad esempio risparmiare i soldi necessari), poi il raggiungimento dello scopo, cioè l’acquisto.

Sono quindi individuabili sei momenti fondamentali per comprendere l'anatomia del processo della creazione della sete che è alla base di tutte le azioni degli uomini (buone o cattive); essi sono:

1. l’analisi (puro processo razionale)
2. l’esigenza (è il risultato dell’analisi)
3. lo scopo (è il momento nativo del desiderio ma è ancora un processo razionale)
4. il desiderio ( è il momento emotivo, è l’energia mentale che si accumula in vista dell’azione)
5. l’azione
6. il raggiungimento

E’ importante rendersi conto che il processo in sei fasi vale sempre quando si valuta l’origine del pensiero, delle motivazioni, delle azioni degli uomini; sia quando si tratti di intenzioni "buone", sia quando si tratti di azioni "cattive".

(dal II° capitolo de "la psicoanalisi del Buddha e il peccato originale")